un po' di storia



un po' di storia

 

Cenni storici su Tossignano  (a cura del prof. Sanzio Bombardini)

Tossignano (Thausignanum) è toponimo romano.
Penetrando nella valle del Vatreno i Romani si protessero dalle popolazioni umbre dell’alto Santerno con due caposaldi ai lati del fiume, Corsiniano sulla sinistra e Tossignano sulla destra.
Da allora il paese fu Castrum (luogo fortificato).
Dal castruum romano, con la diffusione del cristianesimo nasce la Pieve; quella nostra è antichissima, dedicata a 5. Maria Assunta, culto particolare dei Bizantini, perché lo scontro tra i Longobardi e l’Esarcato di Ravenna si svolse particolarmente su queste colline (secolo VI).
Dal 914 al 928 fu Papa a Roma Giovanni X di Tossignano.
Dalla Pieve nasce il Comune che nel 1181 ha già i suoi due Consoli documentati e l’arciprete di Tossignano fu il primo Vicario vescovile nella vallata.
Nel periodo 1126-1151 tre papi lo assegnano con tutti gli altri luoghi della valle ai Vescovi d’Imola, a favore dei quali combatte a fianco dei Bolognesi contro i ghibellini della casa di Svevia.
Distrutto nel 1198 (allora nacque Borgo) fu elevato dai bolognesi, vittoriosi di Federico 11, a sede del Contado supra Stratam, a capo di 40 Comuni, con un Palazzo Pretorio e una fortissima rocca.
Fedele alla Chiesa si batté contro Maghinardo Pagani e i ghibellini, accanto a Bologna guelfa che lo amministrò per tutto il 1300.
Ripristinato il potere della Chiesa, con il card. Anglico, Tossignano nel 1371 annovera ben 350 focolari con un Vicario Pontificio e un Castellano con 12 armigeri a presidio della rocca.
Durante il travaglio del grande Scisma, passa a Lodovico Alidosi, signore d’Imola, caduto il quale (1424) torna alla Chiesa. Essa lo cede ai Manfredi di Faenza, prima Guidaccio e poi Taddeo.
Dal 1473 al 1499 subentrano i Riario Sforza con Girolamo e poi Caterina; quindi un breve dominio del Duca Valentino (1500-1503) e poi la Repubblica di Venezia (1503-1505), che lo deve cedere a Giulio Il. Avviato alla riconquista di Bologna, Giulio Il con numerosi cardinali pernotta a Tossignano in casa Orsolini la notte tra 19 e 20 ottobre 1506. La Chiesa affidò poi Tossignano, ridotto a feudo, a: Ricciardo Alidosi di Castel del Rio, Ramazotto Ramazotti di Scaricalasino, ai Carafa di Napoli, nipoti di Paolo IV, finché l’ebbe nel 1560 il conte Federico Borromei, che lo diede in dote alla sorella Ortensia, sposa del conte Annibale d’Altemps. Gli Altemps governarono Tossignano per 135 anni, dal 1565 al 1700 e poi vendettero il Feudo ai Marchesi Spada di Bologna, che lo tennero fino al 1757, cedendolo al Marchese Francesco Martelli Tartagni di Forlì, spodestato dall’arrivo dei Francesi nel 1797.
Dopo la parentesi napoleonica, il paese tornò allo Stato della Chiesa e nel 1861 fece parte del Regno d’Italia. Nel 1944 apprestato a difesa dai Tedeschi nel secondo conflitto mondiale, fu totalmente distrutto e denominato “la Cassino romagnola”. Da allora è iniziata la difficile rinascita.

  

APPUNTI sullo STEMMA del COMUNE di TOSSIGNANO (Archivio Comunale - 1940)
Il Comune di Tossignano ha una storia antichissima. Per quanto incluso nel “Comitatus” di Imola e influenzato, naturalmente, dalle vicende del centro principale da cui dista appena 14 Kilometri, pure ebbe una vita autonoma, spesso in contrasto di interessi economici e politici con quelli del Capoluogo. Dissolta, nell’alto medio evo, quella unità organica che fu il “ Municipium” di Forum Cornelii, alias Imola, le terre che ne dipendevano presero a governarsi da sé, e, raccozzate attorno alle prime Pievi cristiane, formarono dei centri di vita comunale, che ebbero maggiore o minore fortuna.
La felice posizione geografica che Tossignano occupa nella vallata media del Santerno, a cavaliere di una strada che mette la Romagna in diretta comunicazione con Firenze; la ubertosità delle colline circostanti; la possibilità di svolgere una feconda attività agricola ed artigiana, fecero di esso oltre che un Comune autonomo il centro di una modesta Federazione di Comuni rurali, detta per la posizione di essi rispetto alla Via Emilia, “supra stratam”. Tale Federazione cominciò ben presto a governarsi sulla base di un comune statuto, di cui ci è pervenuta soltanto l’ultima redazione, che porta la data del 1347.
L’antico “ fundus” romano, che serba tracce evidenti di più antiche popolazioni, e rivela anche nel nome “ Tussinianum” il ricordo di qualche fortunato colono latino, salito in prosperità e cresciuto di importanza demografica, diventò così il punto di riferimento di avide cupidigie, di lotte intercomunali e di conquiste signorili. Che lo portarono ad avvicendare la libertà più assoluta, con la soggezione più o meno volontaria, a questo o a quel principe.
Troppo lunga riuscirebbe la sola enumerazione delle fasi storiche per le quali il Comune di Tossignano ebbe a passare. Basti dire che, tra l’undicesimo e il quindicesimo secolo, passò, volta a volta, da Imola a Bologna, dalla Chiesa agli Estensi, dagli Alidosi ai Manfredi, ai Riario ed al Duca Valentino. Prima che quest’ultimo cadesse,Tossignano si dette spontaneamente alla signoria di Venezia, che,da Ravenna, mirava a rafforzarsi in Romagna; poi riconquistato alla Chiesa da Giulio II, fu da questa, per le sue necessità economiche, infeudato a Ricciardo Alidosi, a Ramazzotto Ramazzotti, a Federico e Carlo Borromeo di Milano, agli Altaemps e finalmente ai Tartagni di Forlì.
Costoro lo tennero fino all’irrompere delle armate francesi, che spensero ogni traccia di feudalità in Romagna. Malgrado però il succedersi di tante signorie, ed in conformità alla natura dei tempi e dei costumi, Tossignano non rinunziò mai alla propria costituzione comunale; che, anzi, passando dall’una all’altra signoria, cercò di garantire ed accrescere le antiche prerogative attraverso a quei “Capitoli”, o “Privilegi” di cui si ha traccia negli Archivi d’Imola e particolarmente in quelli accorpati dalla Serenissima di Venezia, in data 30 Gennaio 1503, già nell’Archivio Passatelli, ed oggi nella pubblica Biblioteca Comunale di quella città.
Serbò pertanto la sua Rappresentanza Consigliare, i suoi Massari, la sua Amministrazione, i suoi Ufficiali, coordinando la sua vita interiore con le preminenti necessità della sua popolazione e degli sviluppi economici di essa. Segno tangibile e perpetuo di questa libertà fu la sua ARMA DI COMUNITA’ che restò immune da ogni segno o traccia di dominio feudale. Non è facile in tanta oscurità di tempi e in così travolgente succedersi di eventi, rintracciare la concessione originaria, in forza della quale Tossignano poté fregiarsi dello stemma. I documenti dell’ archivio più antico andarono tutti in sinistro per arsioni, manomissioni e dispersioni molteplici; e quelli rimasti, sebbene risalgano alla metà del XVI secolo,non serbano traccia o ricordo di essa. Tuttavia l’uso plurisecolare, e la costanza dei suoi attributi, testimoniano e conformano, quanto potrebbe farlo un documento autentico, l’esistenza di un suo diritto e la legittimità del suo possesso.
Tutto fa supporre che la concessione sia di origine imperiale; ciò dovrebbe recare meraviglia quando si pensi che Tossignano fu, nell’alto medioevo, una posizione strategica di primo ordine e chi poteva assicurarsene, aveva in esso e nella sua formidabile rocca un prezioso ausilio per le sue conquiste. Tossignano, infatti, ricoverò più volte i Conti di Romagna e li sottrasse alle insidie delle Città Romagnole recalcitranti al giogo papale. Il documento grafico più antico dello Stemma di Tossignano è, allo stato delle conoscenze nostre, quello che figura nel Codice pergamenaceo della Biblioteca di Imola, più sopra ricordata.
Alla fine del 1502, quando le vicende interne della Chiesa resero incerta e periclitante la fortuna di Cesare Borgia, la Repubblica di Venezia, con mossa audace occupò Rimini, Santarcangelo, Faenza, Brisighella, tentando di passare in Val di Santerno, dove Imola si barcheggiava tra opposti partiti. Servendosi di abili emissari il Provveditore che, per la serenissima, aveva opposto la sua sede a Faenza, cercò che Tossignano invocasse un presidio di forze venete, per tenere in freno la rocca, occupata da militi Fedeli al Valentino, ciò che egli fece prontamente.
Liberi dalla preoccupazione del fedele presidio, i Tossignanesi finirono per dichiararsi sudditi di Venezia, alla quale fecero presentare una serie di capitoli che furono quasi tutti accettati. Oratori del Comune furono tre rappresentanti delle più cospicue famiglie Tossignanesi di allora: “prudentes viros Joannem Mathej Pajuga, Johannem Antonium magistris Gasparis de Saldono, et Bartholomeum Francisci de Borello”: i quali il 30 Gennaio 1503, inginocchiati davanti al Doge Loredano, ricevettero dalle sue mani l’approvazione dei patti invocati.
La scena dipinta evidentemente dal vero figura sul margine superiore, che inquadra la breve facciata del breve codicetto sul quale il Segretario Ducale, Gerolomo Donato, scrisse i patti stessi, mentre, nell’inferiore, l’artista miniò, con arte aquisita, cinque scudi stemmati: al centro, sostenuto da due angeli è l’arma del Doge; ai lati quella del Comune di Tossignano e quelle dei tre oratori di esso. Lo stemma del Comune è d’azzurro (o d’argento), con l’aquila in volo, nera, col becco caricato di un ramoscello di ulivo verde, sormontato da piccola corona d’oro a più punte. Da allora sono parecchi gli stemmi che si rintracciano in manoscritti e stampe di tempo diverso; ma tutti dello stesso tipo, sebbene svariata appaia, a seconda dell’uso e del tempo, la forma dello scudo.
Come sempre riprova della costanza dell’uso si sono riprodotti quattro tipi, cioè: 1) quello portato da Codicetto Veneto della Biblioteca d’Imola 2) quello che si vede impresso su moltissimi atti e registri conservati nell’Archivio del Comune 3) quello inciso in rame usato per la intestazione di carte e cartelle del Comune = fine sec.XVIII 4) quello che figura nell’Archivio di Stato di Bologna Se, come non v’ha dubbio, tutti codesti elementi forniscono la prova dell’uso costante del suo Stemma di Comunità, Tossignano ha bene il diritto invocarne ed attenderne il riconoscimento ufficiale dall’Istituto che, in rappresentanza dello Stato, sovrintende e regola le pubbliche prerogative.
Ed è perciò che in relazione alle vigenti disposizioni legislative in materia araldica sottopone l’approvazione della R. Consulta uno schizzo che, integrando gli elementi antichi con quelli moderni, tolga ogni dubbio sull’uso legittimo dell’arma Comunale e sani eventualmente difetti e manchevolezze dovuti più all’incuria dei tempi, che alla inconsistenza ed incertezza di un vero e proprio diritto.

                               

 

LA DISTRUZIONE DI TOSSIGNANO E LA NASCITA DI BORGO TOSSIGNANO.

Nell'estate del 1198, ottocento anni fa, una vicenda di guerra distrusse Tossignano e diede origine al Borgo di Tossignano.
Raccontò la vicenda, a suo modo, uno studioso assunto come pubblico precettore a Imola nel 1544. Si tratta di Gian Battista Fiorentino, detto Florio, che fu autore di una storia d'Imola intitolata "Memorabilia Civitatis Imolae", in latino, con uno stile fortemente improntato agli autori classici e agli studi umanistici, di cui era esperto conoscitore.
Imola non ha avuto cronisti che ci abbiano lasciato testimonianza di quei tempi, o, se ne esistettero, i loro scritti si sono perduti.
Per questo il Florio ha fatto testo anche per gli autori successivi, che hanno parafrasato sfacciatamente il suo racconto, divulgando come storia vera le sue favole.
E' sorprendente che fino ad oggi la distruzione di Tossignano sia stata raccontata e creduta dagli Imolesi come una loro gloria e che ne siano stati responsabili autori impegnati come Giuseppe Alberghetti in "Compendio della Storia civile ecclesiastica e letteraria della Città d'Imola", pubblicato nel 1810, Antonio Vesi in "Storia di Fontana", edita nel 1838, Giulio Cesare Cerchiari in "Ristretto storico della città d'Imola", stampato nel 1847.
Purtroppo dobbiamo costatare con amarezza che troppi nostri concittadini, compresi giovani di studio, e articoli che appaiono a tratti in giornali locali, dimenticando la ricerca di documenti e gli esempi dell'abate Ferri e di padre Gaddoni, parlano della loro città riferendo le antiche vicende con gli stessi errori madornali che hanno appreso da tali scrittori.

LA FAVOLA DEL FLORIO

Nel 1198 Tossignano si ribella proditoriamente a Imola, trascinando con sè altri Comuni limitrofi.
Aurelio Pediliano, che comandava per Imola la regione montana, appronta una grande schiera per punire i ribelli, giunge a Fontana e assedia Tossignano devastando tutti i dintorni.
A Gaggio il Senato d'Imola invia Ludovico Selvatico dopo aver arruolato i Cispadani.
Il fortilizio, assediato con macchine da guerra, mal tutelato da quei rustici, le cui sentinelle ubriache dormivano, cadde in mano all'eroico Severo Princivalle, il quale, formato un cuneo, penetrò nell'interno compiendo una vera strage e mise tutto a ferro e fuoco.
Caduto Gaggio, anche Aurelio Pediliano, che aveva già occupato i dintorni, saccheggiato le messi e respinto le sortite degli assediati, dopo aver arringato i suoi perchè non frappongano colpevole indugio, espugna a forza Tossignano e lo distrugge, senza pietà per gli abitanti, fuggiaschi sui monti vicini. I vecchi, le donne e i fanciulli scampati ottennero a stento un rifugio a Fontana dell'Elce e poco dopo, cacciati anche di là, ottennero dal Senato imolese di costruirsi un villaggio sulla riva destra del Santerno, che fu detto Borgo di Tossignano.
Par di leggere una pagina dei Commentari di Giulio Cesare, con i Romani maestri di guerra all'attacco di un covo di barbari. Fa sorridere l'idea che il Senato imolese avesse l'autorità di arruolare i Cispadani, e anche i nomi dei valorosi condottieri che espugnano Gaggio e Tossignano sono inventati di sana pianta. E' infine ridicolo che il Senato imolese conceda ai superstiti, pentiti e sottomessi, di costruire il villaggio di Borgo Tossignano.
Sintetizzata la favola del Florio, passiamo alla ricostruzione storica di quell'avvenimento.

 

 

L'INDAGINE STORICA

Per quanto lontani, i fatti si possono inquadrare così, in base ai documenti consultati e alla rassegna degli avvenimenti storici contemporanei.
Nel corso della sua storia millenaria Tossignano è stato diverse volte attaccato da eserciti nemici e talvolta espugnato, ma due volte soltanto ha avuto la sventura di essere interamente distrutto, "solo aequato", cioè raso al suolo, come scrivevano gli antichi cronisti.
Situato in posizione strategica per il dominio dell'alta valle del Santerno, su un colle poco accessibile, munito di fortificazioni imponenti e considerato un baluardo inespugnabile per chi aveva ambizione di potere sul territorio circostante, il paese ha sempre avuto la presenza all'interno di gente armata, che nemici esterni volevano sopraffare.
Ecco come avvenne la prima distruzione totale del 1198, otto secoli fa, storicamente comprovata. Federico Barbarossa, imperatore di Germania e padrone d'Italia dopo la pace di Costanza del 1183, era morto alla terza Crociata nel 1190, e suo figlio Enrico VI morì a 32 anni, nel 1197, lasciando il figlioletto Federico di tre anni sotto la tutela della madre Costanza d'Altavilla.
Il papa Innocenzo III, eletto nel 1198, diede avvio a una rivendicazione dell'influenza papale nello Stato delle Chiese, che fino ad allora era stata assai compromessa dagli Svevi.
Infatti Enrico VI aveva aggiunto alle corone di Germania e d'Italia, anche quelle di Puglia e di Sicilia, suo fratello Filippo aveva messo le mani sui beni tanto contestati della contessa Matilde a cavallo dell'Appennino tosco-emiliano e vasti feudi nelle Marche di Ancona e di Camerino e nel Molise erano stati concessi dall'imperatore al suo fedele Marquardo di Anweiller, avido e crudele, che divenne anche padrone della Romagna, intitolandosi "Imperialis Aule Siniscalcus, marchio Anconitanus et Dux Ravenne", città da lui sottomesse nel giugno del 1195.
L'energica politica attuata dal nuovo papa e le contese scoppiate in Germania per la successione alla corona imperiale favorirono una ripresa del Papato e delle città della Lega Lombarda contro lo strapotere imperiale.
E così Innocenzo III recuperò la Campania, tolse a Marquardo la Marca Anconitana, tranne Ascoli e Camerino, puntò alla Toscana per riavere i beni Matildici e trovò alleati in alcune città della Romagna, dove anche Guglielmo arcivescovo di Ravenna mirava a sottrarre l'Esarcato alla tirannide di Marquardo. Si combattè duramente dall'Appoennino all'Adriatico contro il Legato imperiale, che difese accanitamente l'ultima regione che gli rimaneva, dal Sillaro al mare.
Bologna e Faenza, subito schierate col papa, e con loro i nobili dell'Imolese legati al Vescovo, vollero riprendere il controllo sul Contado d'Imola attaccando la città, saldamente governata dagli imperiali. Nel maggio 1198 l'esercito bolognese riuscì a sfondare la linea difensiva del Sillaro, s'impadronì di Sassatello, occupò Sassonero, Fiagnano e Croara, che si sottomise il 6 luglio, come conferma l'atto riportato dal Savioli (Ann. Bol. doc. 322).
I consoli di Croara Parisio, Rainaldo, Guidolo, Pietro da Cavezzano e il portonario del paese Ugolino di Roccavecchia cedono il loro Castello a Uberto Visconti da Piacenza, Podestà di Bologna, obbligandosi a pagare un tributo di sessanta lire bolognesi e in seguito lire trenta per sei anni. L'atto fu rinnovato dentro il Castello e seguito dal giuramento di Bartolotto, Girardo Grassi di Dozza, l'arciprete Aldrovando di Croara e moltissimi altri. Continuando la loro avanzata i Bolognesi presero e arsero Montecatone, giungendo a Castel dell'Albero, già loro alleato contro Imola nel 1181.
Così gli avversari si fronteggiarono sulle rive del Santerno e nella zona del rio Correcchio. Ma quando i Bolognesi, passando sulla riva destra del fiume nel suo alto corso, s'impadronirono di Sassoleone, di Gaggio e ottennero di nuovo l'alleanza con Tossignano, sempre ostile a Imola e ai ghibellini, come nei patti già giurati nel 1181 dai Consoli tossignanesi Rolando Azzo e Gerardo, Marquardo con i suoi terribili cavalieri teutonici non tollerò che discendendo il fiume i suoi avversari minacciassero Imola, da lui considerata il perno della sua difesa contro Bologna;
Così mentre il grosso dell'esercito bolognese si congiungeva con Ravennati e Faentini per conquistare Cervia, la cavalleria imperiale mosse in forze da Imola contro Tossignano, seguita da carriaggi e fanterie imolesi, ansiose di vendicare le umiliazioni patite diciassette anni prima.
Il paese oppose accanita resistenza, ma caduto Gaggio fu a sua volta assediato, espugnato e messo a ferro e fuoco con incredibile crudeltà.
I superstiti fuggirono sui monti circostanti e uno stuolo inerme di donne, di fanciulli e di vecchi ottenne a stento una ospitalità provvisoria in Fontana dell'Elce.
Saccheggiato e distrutto totalmente, il paese rimase abbandonato per quattro mesi, ma in settembre, quando Marquardo volle riprendere l'offensiva in Romagna, aiutato dai Cesenati, le forze della Lega subito ricostituita avanzarono verso Cesena, costringendola alla pace, mentre Marquardo, forse uscito malconcio da qualche mischia, con i suoi teutoni maledetti da tutti scampò verso Ancona e di lì in Puglia.
I tossignanesi sopravvissuti, in attesa di ricostruire i l loro paese, si raccolsero ai piedi del colle, fondando sulla riva destra del fiume un abitato che fu detto Borgo di Tossignano.
La distruzione di Tossignano s'inquadra dunque storicamente nelle vicende che in Romagna registrarono il ritorno della Chiesa nei territori che erano stati usurpati dall'Impero dopo la donazione dei Carolingi. Per aggiungere altre notizie sulla personalità sopraffattrice di Marquardo di Anweller, scomunicato e sempre nemico del Papa, si sa che dopo avventurose imprese militari acquistò notevole influenza in Sicilia nel 1199 e per quanto battuto tra Monreale e Palermo da Gualtieri di Brienne nel luglio del 1200, il 1° novembre s'impadronì di Palermo e di Federico, fanciullo di sei anni e futuro imperatore, al quale era morta la madre Costanza nel 1198. I contemporanei malignando giunsero ad affermare che egli ne fosse il padre. Costanza d'Altavilla morendo aveva affidato il figlio alla protezione di Innocenzo III, ma Marquardo perturbò tutto il regno di Sicilia reclamando tale tutela e aveva assunto la reggenza dell'isola combattendo contro la Chiesa.
Al culmine della sua potenza, morì d'improvviso a Patti in Provincia di Messina nel 1202.
Spietato uomo d'arme al servizio degli Svevi e di se stesso, emulò l'avidità e la crudeltà dell'odiato Cristiano arcivescovo di Magonza, anima dannata di Federico Barbarossa.
Dopo la sua scomparsa sarebbe caduto in mano alla Chiesa il testamento di Enrico VI, di cui Marquardo si era impadronito. Purchè il papa salvasse la corona al figlio, così aveva stabilito l'imperatore, si dovevano restituire alla Santa Sede il regno di Sicilia, la Toscana, i beni della contessa Matilde, tranne Medicina e Argelato, e Marquardo come marchese di Ancona doveva riconoscersi vassallo dello Stato pontificio e non usurpare i titoli di duca di Ravenna e conte di Bertinoro.
Partiti i Tedeschi, la parte imperiale in Imola venne esautorata e Bologna, riprendendo la sua egemonia sul Contado, per assicurare le sue conquiste sul Sillaro e sulla riva sinistra del Santerno non solo fondò Castel San Pietro nel 1199, ma costrinse anche milizie imolesi a seguire le sue spedizioni dell'aprile e del settembre 1201 contro Forlì, insieme ai Faentini. (Tolosano, Chronicon Faventinum).
E nel 1200 il nuovo vescovo d'Imola fu il bolognese Alberto degli Uccelletti, naturalmente fedele al Papato e alla sua città.
Tale sudditanza degli Imolesi a Bologna dura fino al 1209, anno della discesa in Italia e incoronazione di Ottone IV, perciò non spettava certo al Senato d'Imola concedere ai Tossignanesi, alleati dei Bolognesi vittoriosi, il permesso di stanziarsi a Borgo e di ricostruire il loro paese.

I Tossignanesi, che avevano costruito Borgo sulla destra del Santerno, ricostruirono rapidamente anche il loro paese (si è sempre tramandato che ciò avvenne in soli quattro mesi), col ritorno di famiglie influenti come i Solimani, gli Strofaldi signori anche di Valmaggiore, i Tavelli, i Ranucci, i Corialti, i Cicardini, i Raimondi, i Farolfini, i Capucci già Baioli, tuttavia parecchie famiglie continuarono ad abitare ai piedi del colle (vedi il documento del 1256).
L'intera Comunità, sempre alleata di Bologna guelfa contro gli Svevi e i ghibellini, costituì una base preziosa per la espansione bolognese verso la Romagna.
Dopo aver superato periodi di prevalenza sveva con gli imperatori Ottone IV nel 1209-1211 e con Federico II dal 1220 al 1248, con Imola ripetutamente colpita dai suoi tradizionali avversari Bologna e Faenza nonostante l'appoggio imperiale, la fortuna dell'impero declinò.
Sconfitto Federico II a Parma nel 1248 e suo figlio re Enzo, catturato nella battaglia della Fossalta nel 1249, Bologna ebbe una gloria immensa, la protezione della Romagna e mano libera su Imola e sul suo Contado.
Alle quattro Podesterie con cui amministrava il suo territorio, ne aggiunse due nel Contado d'Imola, una in pianura a Lugo capoluogo di trentadue Comuni, e una in montagna a Tossignano, fatto capoluogo di quaranta Comuni, che costituirono il "Comitatus supra Stratam", con giurisdizione sul territorio montano a sud della Via Emilia, compreso tra il Senio, il Sintria, il Sillaro e l'Appennino.
Così la Comunità di Tossignano fu alzata a un rango superiore, sede di un Podestà della Montagna che ebbe la sua dimora decorosa nel Palazzo del Pretorio, costruito a spese dei Tossignanesi nel luglio 1251 nella piazza principale, dove tuttora si trova con mutato aspetto, e per la difesa del capoluogo si volle una rocca inespugnabile, ristrutturata e accresciuta dai Bolognesi nel 1256, ampliando le fortificazioni preesistenti.
Il documento del 28 giugno 1256 (Comune di Bologna, Registro Nuovo, c. 208 verso) è importante per diversi motivi.
Il Consiglio comunale di Tossignano si aduna nella Pieve, come nei tempi antichi, per ratificare l'acquisto fatto dal Comune di Bologna di alcuni casamenti con terreno attiguo allo scopo di creare uno spazio libero attorno alla fortezza. Ci informa sugli ufficiali bolognesi che erano in carica, sulla topografia della sommità del colle e sui proprietari di quegli immobili, che erano Tossignanesi rimasti ad abitare Borgo in località Covagallina (oggi Cogallina) dopo la distruzione del 1198.
Ortabile, vedova del tossignanese Martinoccio, i suoi figli Guglielmuccio e Santerno fu Martinoccio, i suoi nipoti Bianco e Tederico fu Arardolo fu Martinoccio, e Capulo con la moglie Marsibilia e il figlio Guido con sua moglie Daria, nonchè Borga moglie di Tederico, vendono i loro beni nella zona della rocca, in località "Mortoris" per lire bolognesi 75 in contanti al Podestà Tommasino da Borgo e al suo Giudice ser Bonifacio da Unzola per conto del Comune di Bologna, di cui è Podestà Manfredo da Marengo.
Le proprietà vendute confinano con le vie pubbliche da due lati, con beni della Pieve di Tossignano dal terzo lato e con Pilizario di Gerardoccio e altri dal quarto lato.
Le donne ratificano la vendita in ragione delle loro spettanze dotali.
Roga l'atto il notaio del Podestà ser Rolando fu Dondideo da Clagnano e sono presenti come testi i consiglieri di Tossignano Guido fu Alberto delle Vigne, ser Gerardo di Arringo Tavelli, notaio, Bonitto e Braccio di messer Tancredi, Bonitto di messer Guarneroccio uomo d'arme, Strufaldello di messer Gualtierotto dei Cattanei di Valmaggiore, Ugolino di Giovanni da Caristolo e Giuliano di Grutelda di Zontaide, nunzio comunale.
Col palazzo pretorio e con la rocca Bologna si assicurò così l'alleanza della Comunità di Tossignano, che le rimase strettamente legata fino al 1301.
Sanzio Bombardini

 

----------