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Museo Mita

 

 

Museo della cultura materiale

Il Museo della cultura materiale di Tossignano si è costituito nel 1999 in seguito alla donazione della collezione di Valter Mita, raccolta nel corso di questi ultimi trent'anni, composta, da oggetti provenienti dalla vallata del Santerno e dalla pianura bolognese. Scopo principale del museo è conservare e tramandare la memoria della cultura materiale di un territorio posto all'incrocio tra il fiume Santerno e la Vena del Gesso.
Accanto agli attrezzi per la lavorazione della terra, agli utensili per la trasformazione domestica dei prodotti della campagna, sono esposti gli strumenti per la filatura e la tessitura, i manufatti legati al ciclo del vino, gli arnesi dell'artigianato, gli oggetti per la raccolta della ghiaia dal fiume e per 1'estrazione del gesso.

Il museo si trova nel Palazzo Baronale, in origine residenza feudale degli Altemps. Il palazzo, ricostruito dopo le distruzioni belliche, è stato recentemente ristrutturato e destinato a scopi museali.

Il lavoro dei campi

La vocazione agricola di questo territorio è così radicata da rappresentare, al di là dell'aspetto economico, un elemento della vita collettiva e della tradizione. Lo testimonia la memoria, talvolta l’uso quotidiano degli attrezzi per lavorare la terra: dalla zappa (zapa) alle varie forme di vanghe per rivoltare e sminuzzare il terreno, dai gioghi e finimenti per i buoi e ferrature per i cavalli alle caveje per bloccare il giogo al timone del carro, dalla mola alla pietra per affilare le lame, dai rastrelli ai forconi in legno e in ferro.

La casa Rurale

La casa di campagna era 1'elemento centrale dell'attività agricola: essa era 1' espressione del tipo di lavoro e di contrattazione, solitamente mezzadrile, che legava l'agricoltore alla terra. La tipologia della dimora contadina era però anche determinata dalle condizioni geologiche e climatiche del podere su cui essa veniva costruita. Ecco allora come sulla Vena del Gesso, si è ben affermata il tipo di casa peninsulare, di cui un bellissimo esempio rimane la cà Roccaccia, costruita tutta in blocchi di selenite, con la scala esterna che porta ai piani superiori, con la cucina posta sopra alla stalla, mentre nel fondovalle ‑ del Santerno, prevale il tipo di casa di pianura, come quella del Fondo Mescola divisa in due sezioni con l'abitazione da una parte e i locali di servizio dall'altra.

La Tessitura

Nella casa contadina, in un'apposita stanza, oppure nel granaio o nella cucina, c'era il telaio. Le donne potevano tessere un po' di tutto: gli abili di mezzalana per l'inverno, il rigatino per l'estate le lenzuola, le federe le tovaglie e tutto il corredo da sposa Dal Trecento veniva smerciata in Romagna una buona Quantità di lana grossa detta bisello per il Colore cenerognolo, nota anche come Tossignano.

La cantina

La viticoltura ha da sempre avuto un ruolo centrale nell'economia di questo territorio. I vigneti di Rineggio, Pratolino, Covigliolo, Sgarba e Ladrine avevano particolare rinomanza. Questa specializzazione portò alla diffusione di particolari pratiche magiche legate al mondo contadino, come la credenza che con opportuni malefici si potesse trasformare l'uva bianca in nera, meno apprezzata. Curioso 1'episodio avvenuto nel 1630: alcuni contadini terrorizzati raccontarono di aver visto nelle vigne di Rineggio il demonio vestito di giubbone e calze rosse e degli stregoni che insieme andavano ungendo le vigne. Da metà Ottocento con la solforazione delle viti e l’utilizzo del gesso come fertilizzante, prodotto anche nel molino di Borgo, la coltura si specializza. Cosi all'inizio del Novecento Tossignano primeggia nella valle con 341 ettari di vigneto, seguito da Imola con 229, da Casalfiumanese con 160, da Dozza con 121, da Fontanelice con 89. Tale sviluppo venne incrementato con l’introduzione di nuovi vitigni da tavola come Angela, Negretto, Chasselas, Moscato che andavano ad aggiungersi alle diverse Albane, al Trebbiano, al Sangiovese e al Montù. Questa favorevole situazione mutò in pochi anni a causa della fillossera che in vallata distrusse nei primi tre decenni del Novecento circa 2000 ettari di vigneto.

Lo Spaccapietre

All'inizio del Novecento a Borgo Tossignano erano sorte due fornaci da calce e gesso e una da laterizi. La presenza di questi opifici fu uno dei motivi che portò alla crescita del nucleo di barrocciai specializzati nella raccolta dal greto del fiume Santerno di sassi da calce, pur occupandosi anche del trasporto di prodotti agricoli, di legna, di carbone e di castagne. Per produrre la ghiaia per la brecciatura, delle strade il barrocciaio aveva un socio, lo spaccapietre, e' macaré, con il quale divideva gli utili al 50%. In riva al fiume, sotto il sole cocente, protetto solo da una vecchia coperta sorretta da un bastone, lo spaccapietre utilizzava, come incudine il sasso più grosso, leggermente concavo al centro e lo poneva, una volta seduto, tra le gambe. Prendeva poi un sasso dietro l'altro, spaccandolo con un sol colpo in tanti frammenti, con l'ausilio di uno strano martello detto sajétta. Per proteggere gli occhi dalle schegge portava un paio di occhiali di fitta rete metallica, dei ditali di pelle per salvare le dita dai colpi andati a vuoto, un sacco di tela da stendere sulle gambe per non consumare i pantaloni.

I gessaroli

Lungo tutta la Vena del Gesso, sia alla sinistra che alla destra del Santerno, vi erano punti di estrazione del gesso che si addensavano maggiormente attorno ai centri abitati di Tossignano e di Borgo. I gessaroli con un grosso palo di ferro praticavano alcuni fori nella parete selenitica e li riempivano di esplosivo. La deflagrazione provocava la frantumazione della roccia in mille pezzi che venivano spaccati ulteriormente con la mazza e le punte, mentre quelli più squadrati erano rifiniti per essere adoperati come pietra da costruzione. I gessi cosi preparati servivano per costruire la fornace per la loro cottura, detta anche fornace a civetta come il rapace dagli occhi fiammeggianti: si innalzava una massa ovoide dell'altezza di circa due metri con due cavità inferiori che venivano riempile da fascine di rovi. Il gesso cotto, polverizzato con mazzuoli di legno di olmo, setacciato, conservato in sacchi di tela era cosi pronto per essere utilizzato da solo o nelle malte cementizie. A Borgo Tossignano prima con le fornaci Gorrieri nel 1908, poi nel 1920 con la Società anonima gessi emiliani (Sage), dal 1929 Stabilimenti italiani riuniti (Sir), la produzione di gesso da presa assume caratteri industriali, pur persistendo fino oltre il dopoguerra anche il tipo di produzione artigianale.

pubblicato 08/01/2018 17:50, ultima modifica 08/02/2018 22:06
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